“Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima”

111 sono le donne che sono state uccise nel 2023.

La maggior parte di esse ha trovato la morte per mano di chi diceva di amarle e di averle amate. Ma l’amore non colpisce, non sfregia, non minaccia, non insulta, non violenta, non priva di libertà, non uccide.

“Uccide l’ex moglie per strada a Enna, seguiva un corso antiviolenza sulle donne”
“Un anno fa il femminicidio compiuto dall’ex compagno. Stefania: «Sento ancora le sue urla. Il mio dolore non andrà mai via»”
“Morte di Vera Schiopu, a Catania fermato il fidanzato. Ai carabinieri aveva detto: «Venite, si è uccisa»”
“Torna tardi dal lavoro: viene picchiata davanti ai figli”
“Cerca di violentare la vicina di casa, poi la strangola: “Non stavo bene, chiedo scusa”
“Rossella Cominotti uccisa dal marito con un rasoio.”
“Uccide la moglie a martellate nel sonno: condannato a 21 anni”
“Stordisce l’ex fidanzata 16enne con il taser e la violenta davanti agli amici”
“Donna picchiata e uccisa con una mazza: fermato il marito.”
“Vincenza Angrisano uccisa dal marito: cinque giorni prima era finita in ospedale per percosse”

Queste sono alcune delle testate di giornale del Corriere e di today.it e purtroppo narrano una minima parte delle notizie con matrice violenta rivolta alle donne che accadono ogni giorno, si stima che ogni tre giorni una donna venga uccisa e che quotidianamente rischi stupri e violenze in ogni tipo di ambiente.

Le notizie corrono fugaci e prima che si possano portare le proprie condoglianze alla famiglia di una vittima e informarsi sul delitto, un’altra donna subisce la stessa tragica fine. I titoli in grassetto delle prime pagine si cancellano a vicenda, odio copre odio.

 

Queste atrocità ormai non sembrano più provocare scalpore e non intaccano gravemente l’opinione pubblica; la gente è abituata a leggere di femminicidi, a leggere di donne di diverse età, nazionalità, mestieri, con vite differenti, che sono accomunate solo dal dolore che provano e dalla vita che viene loro privata. Sono nomi di un lungo elenco, molte dimenticate e la loro morte è solo un sassolino che cade da una montagna, non è capace di provocare una frana.

Giulia Donato, 23 anni, Martina Scialdone 34, Oriana Brunelli 70, Teresa Di Tondo 44, Yana Malayko 23, Antonia Vacchelli 86, Melina Marino e Santa Castorina 48 e 50, Sigrid Gröber 39, Giuseppina Traini 85, Costantina dell’Albani 53, Iulia Astafieya 35, Maria Febronia Buttò 61, Francesca Giornelli 57, Zenepe Uruci 56, Sara Ruschi e sua madre Brunetta Ridolfi 35 e 76, Danjela Neza 29, Giulia Tramontano 29, Pierpaola Romano 58, Floriana Floris 49, Svetlana Ghenciu 47, Michelle Maria Causo 17, Mariella Marino 50, Mara Fait 63, Angela Gioiello 38, Sofia Castelli 20, Vincenza Angrisano 43, Giulia Cecchettin 22

Queste, e altre a seguirle e a precederle, sono le donne morte nel 2023, per mano di un uomo.

È quasi impressionante soffermarsi e riflettere su un dettaglio che così poco le accomuna, l’età: alcune trovano la morte ad appena vent’anni, altre nel pieno svolgimento della loro vita, altre ancora nella loro vecchiaia, a più di ottant’anni. Anche le cause della loro morte non sono comuni tra loro, ma alla fine tutte sono considerate come femminicidio, la massima forma di violenza nei confronti di una donna. Anche le situazioni che portano a ciò sono differenti: alcune hanno sofferto di percosse e segregazione, altre di stalking, altre ancora di violenza sessuale, di stupri, di minacce, di insulti, di ricatti, di persecuzioni e di privazioni di libertà e di libero arbitrio.

 

Si parla ancora di raptus, correlato ai femminicidi. Un raptus è un’azione senza premeditazione, una perdita di controllo, un’azione spontanea e dove le conseguenze non vengono valutate.

“È stato colto da un raptus” dopo “l’ennesimo litigio”, “il dramma di un padre separato”, “l’ho uccisa per gelosia”.

L’omicidio, però, nella maggior parte dei casì è frutto di una lunga premeditazione ed è l’ennesimo atto violento che la donna subisce: giuridicamente infatti questo tipo di omicidio è considerato doloso o preterintenzionale, a sfondo discriminatorio o di matrice patriarcale.

Il femminicidio, in genere, non è quindi un raptus, bensì un delitto più subdolo, le cui cause – come quelle della violenza di genere – sono infatti meno evidenti, ma tutte presentano tratti comuni quali la gelosia del partner, la perdita del lavoro che causa una mancanza di autostima nell’uomo, frammentando il suo benessere psicologico e accrescendo il suo desiderio di controllo e di “sfogarsi”. Sono tuttavia ritenute delle cause anche il divorzio o, più semplicemente, la fine di una relazione, che non viene accettata, o di un “no” che non viene accolto.

 

Come contrastare allora la violenza di genere e il femminicidio?

Lo stato promulga e interviene severamente con leggi, e fornisce alle donne mezzi con cui tutelarsi, come numeri di emergenza e luoghi “sicuri”. Panchine rosse sono collocate nei parchi e nelle piazze, manifesti sono affissi e le piattaforme social media, a loro volta, vengono sfruttate per la sensibilizzazione e l’informazione riguardo a questi temi.

Dopo l’omicidio delle sorelle Mirabal del 25 novembre 1960 è stata isitiuita la giornata contro la violenza di genere, una giornata di memoria.

Questo, però, è davvero abbastanza?

No, la nostra società non è ancora in grado di tutelare le donne. La mentalità maschilista, in soggetti di ogni età, è ancora una minaccia.

Stereotipi sul “ruolo della donna” sono ancora presenti, “alla donna viene imposto un ruolo ben preciso che è quello di sempre: curare la casa, partorire e allevare i figli e comunque, se ha un lavoro, essa deve restare inferiore e sottoposta alla volontà del compagno”.

Solo quando questa cultura cesserà di esistere alla donna sarà concesso di non temere di tornare a casa da sola la notte, lasciare andare il controllo ed esporsi a vulnerabilità, utilizzare i mezzi pubblici senza timore, denunciare ed essere ceduta, indossare ciò che vuole, senza giudizi, senza il “se ti vesti così guarda che te la cerchi”.

Solo allora la donna vivrà con gli stessi diritti dell’uomo, con le stesse possibilità, con la stessa credibilità sul campo lavorativo, senza pregiudizi o stereotipi dannosi.

Solo allora la donna avrà una propria identità e non sarà confinata ad essere un oggetto, a sottostare, ad avere paura.

Solo allora la donna sarà libera di esistere.

 

Dalla lingua latina è stato esportato il termine “uxor“, che significa “moglie”. La lingua italiana infatti ha coniato la parola “uxoricidio” per descrivere il delitto di genere, il femminicidio. Ma né “vir”, nè “coniux”, nè “maritus”, che significano appunto “marito”, sono mai stati usati per intendere l’omicidio dell’uomo da parte della donna.

“Non sono le bambine che vanno protette, ma i bambini che vanno educati” “Dobbiamo prendere, da uomini, la responsabilità di una violenza di genere strutturale, che manifesta un problema maschile che dobbiamo affrontare”, “Filippo (Turetta, carnefice ed ex ragazzo di Giulia Cecchettin) non è un pazzo, ma un uomo come me. Siamo tutti responsabili, ora tocca a noi”, sono i commenti da parte di uomini che hanno inondato i post contenenti notizie riguardo al delitto di Giulia Cecchettin, che ha squarciato l’indifferenza pubblica, ponendo il problema della violenza di genere sotto i fari puntati, sotto lo sguardo di tutti. Molte persone ne hanno parlato, esprimendo il proprio dolore e disappunto, molti utenti di social media hanno “repostato instagram stories” contenenti articoli, pensieri e frasi per denunciare l’omicidio di Giulia e per mostrare empatia. In molte aule scolastiche si è affrontato il problema della violenza di genere.

Molti hanno riflettuto e hanno immaginato: “poteva succedere anche a me”, “poteva accadere ad una persona a me vicina”.

Molti hanno fatto sentire la propria voce, anche io, con questo articolo.

Molti hanno lottato e hanno fatto rumore, hanno provato a cambiare il mondo, anche nel loro piccolo, hanno deciso di non sottostare, di vivere per coloro a cui la vita è stata sottratta.

 

“Se domani sono io, mamma, se domani non torno, distruggi tutto.

Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima.”

Questi versi recita la poesia di Cristina Torre Caceres, scritta di getto nelle “note” del proprio telefono, mentre tornava con l’autobus dall’università: «Così mi sono messa a pensare alla mia [mamma]: mia mamma non avrebbe taciuto, avrebbe cominciato a dar fuoco a tutto se mi fosse successo qualcosa, e allora ho pensato a quello che le avrei detto se fossi stata io. È una cosa che sfortunatamente non suona estranea a nessuna, e probabilmente a cui tutte abbiamo pensato prima o poi: se fossi io, cosa direi a mia mamma? Nasce tutto da lì».

Ha deciso di utilizzare la sua voce e di voler lottare e questo è il suo grido di battaglia:

Se domani non rispondo alle tue telefonate, mamma. Se non ti dico che torno per cena. Se domani, mami, vedi che il taxi non arriva.

Può darsi che io sia avvolta nelle lenzuola di un albergo, su una strada, o in un sacco nero. Può darsi che sia in una valigia o abbandonata su una spiaggia.

Non spaventarti, mamma, se vedi che mi hanno pugnalata. Non urlare se vedi che mi hanno trascinata. Mammina, non piangere se ti dicono che mi hanno impalata.

Ti diranno che sono stata io, che non ho urlato, che erano i miei vestiti, che era l’alcol nel mio sangue. Ti diranno che è stato per l’orario, perché ero da sola. Che quello psicopatico del mio ex aveva dei motivi, che lo avevo tradito, che ero una puttana. Ti diranno che ho vissuto, mamma, che mi ero permessa di volare troppo in alto in un mondo senz’aria.

Ti giuro, mamma, che sono morta combattendo.

Ti giuro, cara mamma, che ho urlato davvero forte mentre volavo.

Si ricorderà di me, ma’, saprà che sarò stata io a rovinarlo, perché mi riconoscerà nel volto di tutte quelle che gli urleranno contro il mio nome. Perché so, mamma, che tu non ti arrenderai.

Però, per quanto tu possa volerlo fare, non imbrigliare mia sorella. Non rinchiudere le mie cugine, non vietare niente alle tue nipoti. Non è colpa loro, mamma, così come non è stata nemmeno colpa mia. Sono loro, saranno sempre loro. Lotta per le loro ali, visto che le mie me le hanno tagliate. Lotta perché siano libere e possano volare più in alto di me. Combatti perché possano urlare più forte di me. Perché possano vivere senza paura, mamma, proprio come ho fatto io.

Mammina, non piangere sulle mie ceneri.

Se domani sono io, mamma, se domani non torno, distruggi tutto.

Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima.