Il mansplaining spiegato a mia figlia

Dalla terza fila del Teatro degli Arcimboldi, l’immagine della realtà è un po’ illusoria e corrotta. I protagonisti sul palcoscenico sono così vicini da sembrare ologrammi modificati, così prossimi ma ad ogni modo distanti. Su questo gioco dell’ottica si apre lo spettacolo di Valerio Lundini, dal titolo “Il mansplaining spiegato a mia figlia”, andato in scena il 17 dicembre 2021 e il 20 gennaio 2022, nel sopraccitato teatro in Bicocca, a Milano, e vari teatri nazionali. “Lo so, in tv sembro più alto…” è il verso, arrotondato dalla sua erre moscia, con cui si presenta la prima canzone del comico e musicista romano: da qui in poi prende forma un elaborato insieme di sketch, racconti, canzoni, monologhi, stereotipi e simpatici equivoci che trasportano l’osservatore attraverso un universo colorato e magnetico di comicità geniale.

Per chi non conoscesse Lundini, è un comico ed autore che ha conosciuto la fama grazia al suo programma “Una Pezza di Lundini”, celata perla di freschezza della terza serata di Rai 2. In questo show a puntate, che finge di essere un programma che colma la mancanza delle prestabilite messe in onda, Lundini interpreta un presentatore televisivo visibilmente incompetente a cui stanno stretti i vestiti della sua epoca e, nel tentativo di essere inclusivo e mite, finisce col risultare licenzioso ed inopportuno. Questa palpabile atmosfera di apposita demenza crea nell’osservatore un sentito disagio che eventualmente provoca la risata. Su questo si erge principalmente la comicità dell’autore della “Pezza”: un ambiente surreale ed inimmaginabile che abbatte tutti i limiti della televisione e sconfina in un inimitabile bioma parallelo senza certezze. Soprattutto per l’alternarsi di interviste e sketch preregistrati, questo contenuto ricorda vagamente il celebre “Il Caso Scafroglia”, trasmesso nel 2002, di un brillante Corrado Guizzanti. Sfumature di questo genere riaffiorano anche nello spettacolo teatrale, ambiente in cui però la mediazione della tv non c’è ed il lavoro risulta più ricercato.

Il risultato è uno spettacolo spaventosamente bello, che suscita vertigini e che trasporta l’osservatore da una parete all’altra del teatro facendolo rimbalzare. Sembra di camminare sui trampoli, in un’esperienza unica e adrenalinica che allarga il cuore. La trama divagante si sviluppa con velocità e anche se la durata trascritta sul biglietto è di 90 minuti, l’intrattenimento sembra interminabile: milioni di parole che viaggiano, concetti esposti che più tardi ritornano, excursus sconclusionati e ribaltamenti di realtà assurde. L’immersione è totale e il teatro stringe le proprie braccia per accogliere il brillante interprete, solo ed intoccabile in mezzo alla fitta nebbia di volti plaudenti. La capacità di Lundini di rompere le barriere di tutto ciò che è sensato è strabiliante. La sua trasformazione in personaggi pallidi che sprigionano sproloqui ridondanti e la costante controversia delle loro opinioni lo rendono unico. Oltre a questo, vengono messe in scena le sue laute capacità da pianista, attraverso canzoni ironiche ed amene, sempre di argomenti irrilevanti che però stanno tanto a cuore a quel giovane sfacciato che viene rappresentato sul palco. Varcata la soglia del teatro, terminato lo spettacolo nella notte, il cervello rimane affamato di quel nonsense dissetante.

Per i fan ora non rimane che l’attesa di un ritorno, di un nuovo tour. In trepidazione guarderanno le simpaticissime puntate della “Pezza”, anche se qualcuno, per citare l’autore in questione, “non scomoderebbe il superlativo”.

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