Non si scappa per divertimento, si scappa per necessità.

Articolo ispirato alla storia di un ragazzo che, ormai tre anni fa, ha fatto sciogliere i cuori di tutti coloro che un cuore lo hanno. Un ragazzo senza nome, uno dei tanti. Annegato in cerca della salvezza, che però non è mai arrivata. 

Ispirato agli articoli pubblicati da La Repubblica, dal Corriere, da Avvenire e molti altri giornali.

 

Ero stanco e affamato, erano mesi che camminavamo senza sosta. Eravamo tantissimi. Avevamo camminato giorno e notte per non perdere tempo, ma molti di noi non erano riusciti a tenere il passo.

Mi ricordo che quando mia madre mi aveva detto di prendere le mie cose, ero rimasto allibito. Non pensavo che sarei dovuto partire, e soprattutto non sapevo che avrei potuto portare solo l’essenziale. Avevo subito preso la mia pagella, non so bene il motivo: era la mia ultima sicurezza in un mondo dove ormai le sicurezze erano pari a zero.

Eravamo partiti la notte dello stesso giorno, insieme a molte altre famiglie che, come noi, cercavano un posto migliore in cui vivere. Solo nei giorni successivi gli organizzatori della partenza ci avevano detto che eravamo diretti verso l’Europa, e che saremmo passati per l’Algeria in modo da raggiungere il Mar Mediterraneo. Sinceramente non sapevo cosa aspettarmi, sicuramente saremmo saliti su delle barche che ci avrebbero condotto verso la libertà ma la strada per arrivare era lunga.

Durante il viaggio, fantasticavo su cosa avrei fatto una volta arrivato. Mi sarebbe tanto piaciuto entrare in una scuola e avere dei nuovi amici. La mia maestra veniva dalla Francia, diceva di essere una missionaria. A volte ci parlava delle loro scuole, diceva che un giorno ci avrebbe portato una foto. Io pensavo che forse sarei riuscito a vederle da solo, quelle magnifiche scuole. Speravo che mi ci facessero entrare grazie alla mia pagella.

 

Dopo due o tre mesi di cammino senza sosta, avremmo superato il confine. Un unico scopo: quello di raggiungere l’Algeria e stabilirci lì per qualche tempo, in modo da recuperare delle provviste, anche se poi avremmo proseguito il nostro lungo viaggio.

Ricordo il giorno del nostro arrivo il Algeria: c’era un caldo torrido che mi faceva mancare il fiato. Ad ogni passo una nube di polvere si sollevava per poi ricadere al suolo, sentivo le forze venir meno, i polmoni in fiamme, ma non potevo arrendermi, non ora che ero quasi arrivato a metà strada. -Con calma– mi ero detto –Prima un passo, poi l’altro – così avevo proseguito il viaggio e fortunatamente poche ore dopo ci eravamo fermati per riposare: i nostri piedi avevano appena toccato il suolo di quella nuova nazione. 

Quello stesso giorno avevamo trovato una cittadina e ci eravamo fermati lì. 

Inizialmente gli abitanti erano abbastanza restii ad ospitarci ma raggungemmo un accordo entro la fine della giornata: saremmo rimasti due giorni e tre notti e avremmo svolto dei lavori in modo da guadagnarci i viveri. Ovviamente io lavoravo, avrei preferito che la mia dolce mamma riposasse ma lei non ne voleva sapere; così aveva lavorato insieme alle altre donne come tessitrice.

L’ultima notte prima della partenza non riuscivo a dormire, magari era per il caldo, ma avevo un insieme di emozioni che non riuscivo a descrivere. Ero triste ma allo stesso tempo felice: da un lato stavo lasciando la mia casa, gli amici e tutto ciò che era stata la mia vita per quei tredici anni, ma dall’altro ne stavo iniziando una nuova, migliore, piena di avventure e cose nuove da scoprire.

Dato che non prendevo sonno avevo deciso di prendere l’ago e il filo di mia mamma e cucire la pagella nella parte interna della mia maglietta, non volevo perderla o rovinarla, mi sarebbe servita in Europa.

All’alba del giorno successivo avevamo ripreso il cammino. Non so perché o se fosse solo una mia sensazione ma i volti di coloro che mi erano a fianco mi sembravano radiosi, sgargianti e benché facesse caldo ci sentivamo tutti molto speranzosi.

 

Circa un anno dopo raggiungemmo la costa. Durante quel tempo avevo pensato a come tutto sarebbe potuto essere e mi sarei immaginato di tutto tranne ciò che ora avevo davanti.

Dinanzi a noi c’erano tre barconi gialli che sembravano gommoni, ma noi non eravamo rimasti in tanti, rispetto al numero di partenza, infatti eravamo molto diminuiti perché tantissimi si erano arresi lungo il cammino.

Salimmo uno per volta, riempiendo le navi fino all’orlo, ormai non sembravamo più uomini ma degli oggetti. Eravamo sporchi e ammassati l’uno all’altro come dei cadaveri. Io fui separato da mia mamma, lei andò in un altro barcone che fu il primo a partire seguito dagli altri due. Il mio era l’ultimo.

Se pensavo di aver passato l’inferno, questo era molto, molto peggio.

Il sole picchiava dalla mattina alle sette fino alla sera e il cibo scarseggiava sebbene ci fossimo portati tutto ciò che avevamo.

Con il passare dei giorni mi accorgevo che i volti che mi circondavano stavano divenendo paragonabili a quelli di scheletri, impassibili, gli occhi vitrei e con una una gran voglia di mettere fine a tutto e raggiungere la terraferma. Mi chiesi se anche la mia faccia somigliasse alla loro, se anche io, un ragazzo di quattordici anni, avessi la stessa espressione del signore sulla sessantina che avevo davanti.

Quella notte si alzò improvvisamente un vento fortissimo, e con questo venne una tempesta. Si vedevano saette ovunque e il mare stava andando in burrasca. Noi eravamo attaccati ai bordi della barca e nessuno era intenzionato a lasciare la sua presa, per nulla al mondo.

Un urlo. Un fulmine.

Sentii qualcosa di freddo bagnarmi la testa, provai a respirare ma respirai solo un’infinità d’acqua salata che in quel momento mi parve lava fusa. 

Iniziarono a bruciarmi i polmoni e sentii il bisogno immediato di tossire. Non ci volle molto a capire che stavo annegando; ebbi paura sì, ma poi ricordai le ultime parole che mi aveva detto la mamma: “Se mai dovessi avere paura in questo lungo viaggio, ricordati che avere paura è umano, ma la paura tende sempre a far vedere le cose peggiori di come sono in realtà”.

Così mi concentrai, chiusi gli occhi e caddi nell’abisso sotto di me, nelle tenebre.

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