Il 2020 dal 2100

Una bella tazza di caffè, biscotti e latte. Il perfetto modo per iniziare una giornata, guardando fuori dal bar la città, che pian piano si sveglia con il levar del sole. C’ero solo io e altre due persone nel bar che si affaccia sulla piazza. Entra un ragazzo, alto, magro, capelli lunghi e ricci. Strano! Non vedo molti ragazzi in giro, è ancora presto per un sabato mattina, forse è la persona che aspetto. Il ragazzo dopo aver superato la porta si gira e mi fissa con i suoi occhi penetranti e la faccia scarna, si guarda in giro e poi si dirige verso di me: “Buongiorno Signor Facchini, posso sedermi di fronte a lei?”. Il suo tono è gentile e rispettoso: “Certo, si accomodi”.

Il ragazzo si siede e inizia a parlare: “Io sono Plinius Harrington dell’Università internazionale di Milano e sono qui per porle delle domande sugli avvenimenti di settant’anni fa riguardanti la pandemia che ha sconvolto il mondo e gli avvenimenti che sono stati causati da essa. E’ per me un grande onore che lei abbia accettato di farsi intervistare da me e la ringrazio per il tempo che mi offre”. Il ragazzo è pronto con la penna in mano, non ha gli apparecchi di ultima generazione, macchine levitanti simili a robot, si vede che è una persona umile, evidentemente la sua famiglia non se l’era passata bene durante i giorni bui, ma lui è riuscito a rialzarsi e a crearsi un nuovo futuro.

“Bene allora”. Inizio. “Partiamo dal principio. L’anno 2020 iniziò pieno di aspettative per tutti. Come ogni anno venne inaugurato con i fuochi d’artificio e la felicità di aver vissuto un altro anno senza troppe delusioni. Questo almeno era per me e la mia famiglia, vivevamo bene e avevamo tutto il futuro davanti a noi che si prospettava sereno. Ma  nelle prime settimane di gennaio arrivarono delle informazioni dal paese allora chiamato come “Cina”, situato in Asia, di una malattia simile all’influenza che causava molti disagi. Una notizia lontana che non era neanche stata annunciata dai telegiornali o dagli enti di comunicazione. Nonostante ciò quella notizia diventò un fatto quotidiano, dal 21 febbraio in poi, infatti quella malattia, quel virus ci aveva raggiunti. I primi sei casi accertati si verificarono a Codogno, una cittadina poco distante da Lodi, che oggi è un quartiere periferico di questa enorme città.

I giorni successivi furono confusionari, infatti abbiamo dovuto annullare la Cresima di mio fratello e si era deciso di chiudere le scuole della regione per questioni di sicurezza. Quelle notizie dovevano metterci in guardia, eppure sembrava che non fosse cambiato nulla, pochissime persone avevano capito quello che stava realmente succedendo. Lo ammetto anche io, all’inizio, non avevo compreso bene la situazione, sembrava come essere in vacanza, niente scuola, niente compiti, niente preoccupazioni. Nonostante ciò le persone contagiate aumentavano, ancora, ancora, ancora. I politici non volevano ammettere che il virus era pericoloso e la gente, confortata dagli atteggiamenti che assumevano le persone che rappresentavano i cittadini e li proteggevano, non comprese niente.

Iniziarono a chiudere le scuole, poi i teatri, poi i cinema, si sconsigliavano gli assembramenti. Poi, la chiusura totale. Allora la gente andò nel panico. Notizie false, voci, paure, paranoie assurde, infestavano il web. Oppure gente indifferente, ignorante, tentò di fuggire verso il sud.

Inutile, in pochi giorni tutta l’Italia era in “lockdown”, una nuova parola che non ci permetteva neanche di uscire di casa. Dall’11 marzo abbiamo dovuto stare chiusi in casa, con il divieto di uscire se non per motivi di estrema importanza. La mia giornata per due mesi è stata: sveglia dal letto, colazione, scuola, pranzo, letto, compiti, letto, cena, dormire. Salvo rare occasioni in cui uscivo. Cercavo di riempire il mio tempo con giochi sul telefono, film, serie tv. Ho iniziato ad allenarmi in casa, a fare un po’ di esercizi, nulla di che, ma questo era l’unico modo sicuro per fare del movimento e per tenermi in forma. Eppure la mia voglia di fare, di studiare, scemava pian piano, era come se mi stessi spegnendo. Mi tenevo in contatto con i miei amici, ogni domenica guardavo la messa con la mia famiglia, non mi sentivo male, non soffrivo sentendo che ogni giorno le vittime aumentavano, ero soltanto dispiaciuto, anche indifferente. L’indifferenza è una delle emozioni più brutte che ci siano, nonostante ciò non riuscivo a sentire quei fatti vicini a me, erano troppo lontani, i miei amici non sono stati ricoverati né hanno vissuto momenti particolarmente difficili, quindi non ho passato momenti brutti o di solitudine.

Con il passare dei giorni si avvicinava l’estate, i contagi stavano diminuendo, si poteva intravedere un barlume di speranza in fondo a quel tunnel che sembrava non avere fine, tutti si aspettavano di andare in vacanza, al mare, di vivere un momento di respiro, di vivere, “nel vero senso della parola”.

Mi metto a ridere, una risata isterica, sfrenata, non riesco a fermarmi.

“Perché sta ridendo? Ho fatto qualcosa di male?”. Chiede il ragazzo, non capisce cosa stia succedendo.

“Beh, è molto semplice Plinius”. Riesco a dire. “Ora che ci ripenso fa veramente molto ridere. Sai cos’è che fa ridere? Eravamo degli illusi a credere di poterne uscire così facilmente. La nostra cecità, l’incapacità del Governo, ma anche la nostra natura. Dopo mesi in casa eravamo affamati di libertà volevamo viaggiare, uscire, vivere. Infatti le frontiere della nazione riaprirono, anche gli altri paesi non avevano gestito bene la pandemia, e si sono ritrovati nella nostra stessa situazione.

Quell’estate riuscimmo a passare dei momenti di serenità insieme, come se non fosse successo niente o che tutto fosse finito. I primi mesi dopo le vacanze li passammo con la consapevolezza che quella gioia, quella felicità non sarebbe durata a lungo. Era come se stessimo andando con la macchina su una strada di montagna. Mi ricordo che quando entravamo in un tunnel io cercavo sempre di scorgere la luce in fondo, poi usciti dal tunnel guardavo il bellissimo panorama che mi circondava e poi, un altro tunnel, così si ripeteva per cinque o sei volte. Esattamente quello che successe settant’anni fa. Quando siamo usciti dal primo tunnel ci siamo guardati intorno e abbiamo ammirato con occhi nuovi quello che ci circondava. Poi verso novembre ci siamo addentrati in un nuovo tunnel. Più corto stavolta, ma non meno tortuoso. Infatti, dopo un mesetto di scuola in classe, abbiamo ripreso a farla da casa.

Anche quella volta si intravedeva una luce in fondo al nuovo,ennesimo, tunnel, infatti i primi vaccini arrivarono dopo le vacanze di Natale, che avevamo passato in casa, consapevoli del nostro errore passato. I vaccini avevano portato molta speranza tra la gente ma, nonostante ciò, abbiamo dovuto passare altri momenti difficili, infatti la tensione nel mondo si stava alzando, dopo un anno di pandemia si sperava in una via di uscita, ma ahimè il virus non la pensava così. Il vaccino era stato preparato e distribuito in tempi record, ma il virus aveva cambiato forma, era mutato, in questo modo poteva aggirare il vaccino creato solo per una specifica forma di malattia. La variante inglese e quella turca avevano raggiunto tutti i paesi dell’Europa, mentre in America la variante colombiana dilagava a dismisura. Era come se avessimo ricominciato tutto da capo, nulla era cambiato, ormai gli esperti prevedevano solo una via di uscita: il contagio di tutto il pianeta. Era impossibile prevedere in cosa si sarebbe mutato il virus, quindi la migliore soluzione era non fare niente.

Capirai che la situazione stava degenerando molto velocemente, la gente di molti paesi iniziò a ribellarsi, il malcontento popolare e la povertà dilagavano nelle città come il virus aveva fatto e presto, intorno ai primi mesi del 2024, si tentarono in alcuni paesi i primi colpi di Stato. Paesi come il Brasile, l’Argentina, il Messico, ma anche la Bielorussia, la Svezia e la Turchia erano in crisi e si preannunciavano le prime guerre civili.”

“Grazie”. Mi interruppe Plinius. “Magari un’altra volta mi parlerà delle guerre e di come ha vissuto quel momento, ma ora devo proprio andare”. Era passata un’ora e mezzo. “Caspita! Ragazzo ti ho tenuto in ostaggio troppo tempo, avrei potuto parlare per ore senza che me ne accorgessi! La vecchiaia gioca brutti scherzi. Mi ha fatto davvero molto piacere parlare con te, magari un’altra volta ci potremo incontrare per parlare del passato”.

“Un ultima domanda, signor Facchini. Cosa lei cambierebbe di quel periodo, cioè, le è mancato qualcosa in particolare durante quello che voi chiamavate “‘lockdown’?”.

Rimango un minuto a pensare, che domanda buffa! Eppure era una domanda del tutto lecita: “ Ragazzo mio, devi sapere che la storia non si costruisce con i se o con i ma, probabilmente gran parte delle scelte che avremmo potuto fare in passato ci avrebbero portato alla stessa situazione in cui siamo oggi. La cosa che mi è mancata di più è stata la scuola, ho passato la mia adolescenza davanti a un computer, senza vivere dei momenti particolarmente felici. La mia adolescenza è stata vuota, a parte alcune macchie di colore e di festa. Probabilmente è grazie al mio vuoto che sono sopravvissuto alla guerra, ma questa è un’altra storia… Vedo che inizi a spazientirti di questo vecchio e capisco che devi andare”.

“Grazie signor Facchini”. Il ragazzo sorride. “Lei è veramente stato gentile ad accettare la mia richiesta, questa storia mi aiuterà con il mio esame. La ringrazio ancora e le auguro una buona giornata. Arrivederci!”.

Il ragazzo si alza dalla tavola e, dopo il mio saluto, si avvia in fretta verso l’università. Che bella la gioventù, chissà cosa potrebbe accadere a quel ragazzo, spero di averlo aiutato! Accipicchia! E’ tardissimo, devo correre a casa per guardare il telegiornale! Lascio la tazza di caffè sul tavolino e mi avvio verso casa mia. Verso il futuro. Finalmente, dopo anni di sofferenza, sono felice.

 Gabriele Facchini

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