Come tutto è cominciato – diario di una quarantena

Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci con più calore domani

Ecco le parole del premier Conte, che in questi giorni rimbalzano da un telegiornale all’altro e di cui tutti ora ne comprendiamo il significato. Dobbiamo tornare indietro, al 21 Febbraio, per capire come tutto ha avuto inizio.
Era una giornata qualunque, una delle tante, finalmente venerdì. Tornati a casa dopo le ultime 2 lunghissime ore di latino abbiamo trovato qualcosa di più grosso della nostra pasta ad aspettarci: infatti erano sopraggiunte le prime notizie di persone contagiate dal chiacchieratissimo Covid-19, nella zona di Codogno. Le voci di alcuni genitori erano cariche di preoccupazione, mentre la maggior parte di noi, che non sapeva nemmeno dove si trovasse Codogno, vedeva il problema come qualcosa di lontano e non preoccupante, non nell’immediato almeno. Sabato sera alcuni di noi volevano uscire a San Donato, in un locale, ma sotto la pressione dei nostri genitori abbiamo optato per una pizza a casa mia. L’atmosfera era generalmente rilassata, con un paio di eccezioni, e abbiamo parlato del problema con la stessa disinvoltura con cui parlavamo delle cassiere del supermercato. Questo più o meno fino a metà serata, momento nel quale si è scoperto un contagiato nel comune in cui eravamo; a quel punto le preoccupazioni sono andate aumentando, con l’annullamento di tornei e gare regionali sportive. Ma ancora la prendevamo alla leggera, pensando alla verifica del lunedì successivo, non sapendo ancora che a scuola non ci saremmo tornati per un bel po’. La prima settimana a casa è stata di gioia e spensieratezza per non essere a scuola, potersi svegliare tardi e farsi passeggiate all’aria aperta. Percepivamo il problema come un male molto lontano da noi, in fondo non era tanto più grave di una banale influenza dicevano… abbiamo continuato a vederci, in piccoli gruppi per fare progetti, stare insieme o correre e in grandi gruppi, una volta, per rallegrarci a vicenda. Poi i casi sono aumentati, e di pari passo anche i divieti, facendoci finalmente aprire gli occhi sulla realtà che non avevamo voluto vedere fino a quel momento per evitare di vivere nella paura prima del necessario. Era necessario invece, già da quel 21 Febbraio, forse se lo avessimo capito i nonni di qualcuno ora starebbero meglio. L’importante è averlo capito ora e cercare di mantenere i contatti anche a distanza, perché la paura si affronta meglio se non ci si sente soli. Sono personalmente dell’idea che quando ne usciremo, e ne usciremo statene certi, saremo più forti e più uniti di prima perchè a mio avviso la mancanza rafforza i rapporti, fa capire chi e che cosa sono veramente importanti. Solo ora apprezziamo il valore di molte azioni che prima davamo per scontate come fare una passeggiata, vedere gli amici o andare a pranzo dai nonni. Teniamolo a mente quando torneremo ad abbracciarci.
Per ora rimaniamo a casa e cerchiamo di vivere momenti di piccola felicità.

Articolo di Giulia Meo

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